Spanish Caravan - Erasmus in Portogallo - Lisboa, atto II°
- 4 apr 2014
- Tempo di lettura: 8 min
Lisboa, 19 marzo 2011
Non ho quasi avuto il tempo di chiudere gli occhi, e devastato dalla bellissima nottata appena trascorsa, sono crollato in un sonno profondo, senza sogni. Dalla mia finestra, intanto, comincia a entrare prepotente il sole di marzo, con la sua luce chiara. I minuti passano, e ormai ho affidato alla sveglia del mio piccolo stupido cellulare tutta la responsibilità del mio viaggio. E non dipende nemmeno da lei in realtà: lei suonerà puntuale mezz'ora dopo proprio come è stata programmata. Sono io che probabilmente non la sentirò, ottenebrato dai postumi di una sbronza che ancora oggi mi lascia perplesso.
Come previsto, la sveglia suona, ma io non la sento, o meglio, la ignoro, con ogni fibra del mio corpo esausto che chiede pietà e riposo. Con un gesto automatico lo scaglio via, giù dal letto. Se non interviene un angelo custode, una forza superiore e soprannaturale, o magari gli extraterrestri, è ormai chiaro che la possibilità di partire per Granada è ormai sfumata, andata, persa e archiviata. È inutile anche il fatto che Ale stia continuando a chiamarmi senza sosta: il cellulare squilla, ma io son perso nelle tenebre. Il lato oscuro mi ha preso con sé. Un'altra cosa da aggiungere alle cose che avrei potuto fare e non ho fatto. Cazzo. Inconsapevole sto buttando via una bella opportunità. Quando mi sveglierò mi gireranno ben bene le palle, ma per ora mi limito a dormire vestito sul materasso che ho buttato per terra direttamente sulla moquette e che chiamo letto.
Sono tipo le 9 e mezzo. È sabato mattina, e nella strada sotto casa il traffico ha cominciato a scorrere regolare. Non posso sentirlo, così come non sento la chiave nella serratura. La porta che sbatte, invece mi sveglia. Per fortuna il mio coinquilino ha fatto serata, è tornato ora, e dal rumore che fa deve aver bevuto almeno quanto me. La divinità benigna degli Erasmus è intervenuta all'ultimo momento. Mi tiro via dal letto e afferro la giacca e lo zaino. Controllo che ci sia tutto ed esco dalla mia camera:
«Ciao Stè! Ci vediamo tra una settimana... Grazie, davvero». Dal suo sguardo perplesso capisco che non capisce perchè lo ringrazio, ma non c'è tempo per le spiegazioni.
“Fletto i muscoli e sono nel vuoto”. In tempo zero, dopo essermi quasi ammazzato sulle scale, son per strada, corro sui tapis roulant della stazione della metro di Marques de Pombal, salgo sul treno mentre le porte si chiudono. Due fermate, poi scendo a Roxio, cambio treno sulla linea verde; finalmente riprendo fiato e trovo il tempo di rispondere ad Alessandro. Quattro fermate e son da lui.
«Oi, arrivo! Sono in metro... eh lo so, scusa, mi ero addormentato, lo so, sono un cazzone... Sì, dai, arrivo... Ancora un paio di fermate e son da te...».
Dice che m'aspetta in strada, ma che stava per andare via. Son le dieci e un quarto in effetti, e per colpa mia arriveremo un po' in ritardo, speriamo che Laura ci aspetti.
Giusto il tempo di riordinare un attimo i pensieri e devo di nuovo scendere dal treno e andare verso casa di Ale, non lontano dalla stazione del metrò. In poco raggiungo la strada in cui vive il mio amico, e lo intravedo già in lontananza che passeggia nervoso sotto il suo portone, lo zaino sulle spalle.
«Dai cazzo, ci dobbiamo muovere... ANDIAMO... ci conviene prendere il bus, arriviamo al capolinea e all'autostazione abbiamo appuntamento con Laura e le ragazze... Dai..dai..».
Io rimango in silenzio e mi limito ad annuire, lo seguo, mentre sento ondate tempestose di miscugli alcolici infrangersi contro le pareti del mio stomaco, trattengo a stento i conati, e le gambe, ad ogni passo, si fanno più molli e sento che da un momento all'altro potrei anche crollare a terra esausto.
Ale deve averlo capito, in fondo, è quasi un medico: «C'hai dato giù pesante ieri sera, eh? Che cazzo hai combinato? Meno male t'avevo detto che si partiva presto»
«Lascia stare Ale... Ho provato a tornare a casa presto, ma c'eran troppe bimbe belle a quella festa... Son stato a un compleanno di un amico dei brasiliani, poi siamo andati al Bacalhoero, si stava troppo bene per venire via... C'era anche Cami, è proprio carina, belìn...»
Ale mi guarda un po' storto, ma poi se la ride.
«Dai muoviti, fattone...»
Mentre siam sul bus io son praticamente ridotto in stato vegetale, il tragitto è più lungo del previsto, e per qualche momento, quando i sobbalzi e gli scossoni del mezzo lo permettono, riesco anche a cadere in catalessi qualche istante. Come sarebbe bello aprire un finestrino e infilarsi due dita in gola. Per un attimo ci penso quasi seriamente, ma sono seduto in testa al bus e non sarebbe un bello spettacolo per il resto dei passeggeri del mio lato. Respiro pianissimo, cerco di concentrarmi, di resistere. Ci siamo, quando il bus si ferma in stazione sono il primo a scendere.
Adesso però sto bene, riesco a tenermi in piedi e senza pensarci vado verso il baretto. Ale prova a fermarmi, mi dice che non c'è tempo, ma potrei davvero collassare se non bevo un po' d'acqua e un caffè. Penso lo capisca bene dal mio sguardo, e quindi smette di insistere e mi lascia fare. Bevo velocissimo il caffè, ustionandomi. Lo zucchero mi risveglia la fame, ordino anche due pastel de nata e sono pronto a raggiungere Laura. Il suo furgone bianco è parcheggiato poco lontano, in poco tempo copriamo la distanza che ci separa e dopo i convenevoli scopriamo che le ragazze ancora non sono arrivate.
Il mio senso di colpa tira un sospiro di sollievo e mi guarda complice dalla spalla su cui normalmente sta la scimmia. La bastarda deve essere andata a dormire, invece io, che non conosco Laura, devo anche sforzarmi per poterle dare una buona impressione di me, dato che mi darà un passaggio fino a Granada. In questo momento, vi garantisco, è un successo riuscire a non esprimermi esclusivamente a versi gutturali, sento la bocca impastata e coordinare ogni frase tra cervello e bocca non è così scontato. A togliermi dall'imbarazzo, per fortuna, c'è Ale, che invece chiacchiera e scherza con la nostra autista, che ha messo su un furgoncino davvero carino. Ha camperizzato un piccolo Ducato, ci ha messo un letto matrimoniale, un lavandino e un piccolo cucinino. Il tutto ottimizzando lo spazio in maniera davvero funzionale.
Arrivano poco dopo anche Laura ed Elena, le due ragazze che vengono con noi. Bene. Ci siamo tutti. Dopo i convenevoli abbiamo preso posto sul furgone: io e Ale davanti con Laura, mentre le due fanciulle si son sdraiate senza pensarci nel lettone sul retro del mezzo. Non posso nascondere che le ho invidiate tutto il viaggio, ma nonostante questo, tra l'eccitazione del momento e i discorsi che facciamo, mi scordo quasi di star male. Addento uno dei due pastel alla crema, divorandolo in un paio di morsi. Ah, ci voleva! Intanto abbiamo preso l'autostrada, stiamo uscendo da Lisbona e ci dirigiamo verso est e poi a sud, verso la frontiera con la Spagna e l'Andalucia, diretti a Granà. 700 km, circa sette ore di viaggio.
Mando un messaggio a Vince per confermare che in serata saremo da lui. Fantastico. Ce l'ho fatta, contro ogni pronostico. M'arriva qualche pensiero negativo sui soldi, che scarseggiano. Ma sticazzi, si vedrà poi come fare. Per adesso son troppo felice di essere su questo furgone. Il paesaggio è rurale, dal finestrino solo campi e boschetti di querce da sughero, di cui il Portogallo è grande produttore. È una giornata fantastica, il sole è caldo, e tutto mi sembra perfetto come in una foto. Tra musica, chiacchiere e risate, il tempo scorre tranquillo, in qualche breve momento riesco anche a prendere sonno e a dormire.
Mi sveglio dalle parti di Faro, in Algarve. Siamo praticamente a metà strada, ma ancora manca qualcosina al confine. Laura guarda preoccupata la lancetta del serbatoio.
«Ehm... volevo aspettare di essere in Spagna per far benzina, che lì costa meno, ma forse ho fatto male i conti... siamo in riserva...».
Scambio un'occhiata rapida con Ale, che parla per entrambi.
«Va bè, a sto punto fermati quando puoi, così mangiamo, no?»
«Eh, sì, l'idea sarebbe quella, ma non sembra esserci nulla da queste parti... E' un po' che vorrei fermarmi, ma boh... vediamo...».
Bene, perfetto. Per un momento l'idea di rimanere incastrato senza benzina in mezzo all'Algarve, a uno sputo dalla Spagna, mi prende anche bene. Ma dura poco, dato che Ale comincia a parlare del Dragoon.
«Ho visto dei video dell'anno scorso, sembra davvero una bella festa, bella musica, bella gente, installazioni, giocolieri... il tutto in mezzo a un uliveto a una ventina di km da Granada. Stasera c'è anche luna piena!».
Prende davvero bene. Adesso son carico e smanioso di arrivare. Il sonnellino che ho fatto mi ha ripreso, e riesco anche ad essere più socievole. Scopro che Laura sta tornando in Italia, e che doveva fermarsi a Valencia da alcuni amici, ma che le fa piacere passare a Granada. È in vacanza e non ha troppa fretta di tornare, a quanto capisco. Penso che ha anche ha poco senso tornare quando casa tua è il tuo furgone, e quindi può essere ogni notte in un posto diverso. Fantastico.
Miracolosamente, nonostante il nostro mezzo sia in riserva, passiamo il confine con la Spagna, e in poco raggiungiamo Huelva. Mi giro verso il lettone, dove intanto Laura ed Elena si sono rannicchiate, senza proferire parola per tutto il viaggio. Stanno dormendo: digrigno i denti, scacciando via i pensieri di invidia che mi attanagliano lo stomaco.
«Bienvenidas en Espaňa, chicas! Stiamo per arrivare in una stazione di servizio, svegliaaaaa!».
Entro poco ci fermiamo, e tutti e cinque scendiamo dal furgoncino. Prendiamo qualcosa da mangiare e ci sistemiamo fuori sul prato dell'area di sosta, all'ombra di alcuni alberi. Ci rifocilliamo, e alla fine recupero un cannino imboscato in fondo allo zaino, lo faccio su e lo passo ai miei compagni di viaggio. Ripartiamo dopo aver fatto benzina, ci rimettiamo sulla strada, ormai presi dalla foga di arrivare. I primi trecentocinquanta km se ne sono andati, siamo esattamente a metà e, quando sono le quattro del pomeriggio, la stanchezza e il caldo cominciano a farsi sentire.
Ma gli Ojos de Brujos ci tengono compagnia e ci fanno cantare, alzando il morale a tutta la truppa. Attraversiamo il sud della Spagna lentamente, il furgone non può permettersi che la corsia di destra, per la sua velocità. Mi godo il panorama, penso a casa mia, alla mia famiglia e ai miei amici.
Penso anche a lei, che è rimasta a Lisbona e che mi ha emozionato con quel gioco innocente della notte precedente. Mi si smuove lo stomaco, ma stavolta non è una brutta sensazione. Sorrido mentre il sole fa il suo percorso, e noi gli andiamo dietro seguendo il nostro. Il Ducato si mangia i chilometri e arriviamo a Sevilla. Ormai manca poco. Il sole sta tramontando e il cielo immenso si fa rosso sopra ai campi andalusi. L'aria si fa più fresca e piacevole, vivere diventa più leggero quando sei quasi arrivato, quando un altro giorno è finito, e tutto scorre tranquillo come deve, trasportato dal flusso del Grande Fiume.
Mi sento connesso, mi sento a casa, nonostante qui non ci sia mai stato. Mi tornano in mente i Doors mentre i miei occhi si perdono nei campi di grano dorati dal sole:
«Carry me Caravan take me away
Take me to Portugal, take me to Spain
Andalusia with fields full of grain
I have to see you again and again»
Siamo in quel momento in cui magicamente la notte si sostituisce al giorno, così gradualmente che ci coglie impreparati. Ormai ad ogni cartello, i km per Granada diminuiscono, e non riesco a star fermo sul sedile tanta è la smania di arrivare. Chiamo prima Vince e poi Simo, li informo che ci siamo, che verso le 9 e mezzo saremo in città.
Metto via il cellulare e mi giro a guardare ancora una volta fuori dal finestrino: una luna piena gigante, gialla, sovrasta tutto il cielo. Sembra vicinissima, posso vedere i crateri, osservarli. Rimaniamo tutti stupefatti e meravigliati.
«Che belloooo». Facciamo in coro.
Apro il finestrino, l'aria fresca della sera mi arriva in faccia mentre metto fuori il braccio. Guardo ancora la luna. Sembra sempre più vicina, sembra quasi possa toccarla se m'allungo ancora un po'. Ecco, ci sono, sto per saltare.
In quel momento Ale mi sveglia.
«Andre, scendi. Siam sotto casa di Vince...»
To be continued...
Photo credits @ BBC





















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