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"Mesmo não sabendo que era amor, sentiam que era bom" - Viaggio nella Bahia

Il benvenuto a Salvador ce lo dà un tunnel di canne di bambù. E poi un altro, ma di incomprensioni linguistiche.

Siamo in macchina con il nostro contatto bahiano: un poliziotto fuori servizio che, nel tempo libero, scarrozza a giro turisti, oltre all'industriarsi in mille lavoretti di varia natura. Si fa chiamare col virilissimo nome di Dudù, che poco sposa con la sua corporatura da granatiere.

La comunicazione è praticamente impossibile. Credevo che con una base di spagnolo, oltre all'orecchio per le lingue, saremmo riusciti a capire e farci capire. Tragico errore di valutazione, non c'è bisogno di dirlo. Il suo numero me l'ha passato un cliente brasiliano del pub dove lavoravo fino a qualche settimana fa.

«Chiamalo, sul serio», mi faceva lui prima della partenza. «Non è un posto sicuro, Salvador, dammi retta. E' meglio se qualcuno ti fa vedere i posti dove non andare, fulminato come sei...».

In genere, di queste paranoie da turista Valtour, me ne frego altamente. Anzi, diciamo che m'incuriosiscono proprio, piuttosto che scoraggiarmi. Ma il fatto è che conosco bene alcune dinamiche delle metropoli sudamericane: spesso i racconti sulla criminalità e sul valore locale della vita sono più che fondati – fatevi un giretto a piedi in un barrio di Caracas e poi mi dite.. –. Beh, a questo giro, mentre Dudù ci indica con la mano a forma di pistola le zone più degradate a fianco alle quali passiamo, gli occhi li apro eccome.

L'Avenida Luis Viana appare come un enorme serpente d'asfalto, striato da una larga via di fuga centrale coperta d'erba grigio-verdastra. Un serpente addormentato, schiantato dalla digestione di qualche migliaia d'auto. In apparenza immobile, ma animato al suo interno da succhi gastrici di motorini, urla e fumi tossici emessi dalle lattine in via di digestione.

Il traffico scorre a passo d'ubriaco: lento e imprevedibile. Gli imbottigliati sembrano rassegnati a trascorrere il pomeriggio in coda. Poi, senza alcun motivo apparente, parte la follia: da un momento all'altro vedi qualcuno che prova a superare sconfinando nell'erba, un motorino con tre persone senza casco attraversare perpendicolarmente la carreggiata, tagliando la strada alle macchine in ripartenza, attirando ovviamente bestemmie e clacsonate furiose. Improvvisamente si scorre via agili per mezzo chilometro, poi stop, fermi per 10 minuti. Il tutto senza una ragione plausibile – che so, un semaforo, un incidente, una processione di suorine peruviane particolarmente fuori strada –. «Bahia!», esclama criptico Dudù, con un sorriso a metà tra l'orgoglio e le scuse.

Passano due moto della Polizia, con quattro sbirri in sella, senza casco: due macchine più avanti rispetto alla nostra mettono la sirena, tagliano verso la via di fuga erbosa e sgommano sul prato. Al centro dello sparti-traffico si fermano, si urlano qualcosa e poi si dividono, una moto verso nord e una verso sud. Rimanendo rigorosamente nella striscia d'erba, sbarazzini come pochi, con la sirena in festa.

Dudù intanto ci consiglia di trovare una pousada dietro il Pelourinho, il quartiere più folkloristico e turistico, quindi protetto. Ci possiamo stare, il jet lag si fa sentire e non vediamo l'ora di buttarci dieci minuti sul letto a riprenderci, per poi andare a mangiare qualcosa a giro. Oltretutto, ha iniziato a piovere in quella maniera che solo i tropici sanno offrire: brutale e senza troppi preamboli, ogni goccia una bicchierata d'acqua. Arriviamo in zona mentre tutto intorno c'è una fuga generale, con i passanti che si accalcano sotto ogni androne o tettoia disponibile, mentre i tavolini fuori dai bar vengono spostati dentro, apparecchiati così com'erano in mezzo alla strada.

Lasciata la macchina, ci dirigiamo di corsa verso la porta dell'ostello, seguendo il nostro accompagnatore. Chiaramente, da buon volpone, la pousada è quella di una sua amica che ha vissuto molti anni a Napoli. Il prezzo però è buono, al netto della “commissione” che il nostro Cicerone ci avrà ricaricato sopra. Il posto è esattamente dietro la casa di Jorge Amado. Non male.. Giusto il tempo di contrattare il prezzo, salutare Dudù e salire in camera, che il temporale è già finito. Ci affacciamo alla finestra e, nel vicolo sottostante, i tavolini sono già magicamente tornati al loro posto. E, intorno ad essi, si è improvvisata una bisca clandestina: dalla nostra visuale sopraelevata riusciamo a vedere quattro persone attorno al tavolo giocare a poker, con i soldi sul panno verde. Intorno, alcuni spettatori seguono la partita, mentre due paia di mani si scambiano bustine losche e soldi accartocciati. La paura di esser finiti in una cartolina turistica senz'anima si dissolve all'istante.

Ce ne sbattiamo del riposo ed usciamo in strada. Ci affacciamo al vicolo-bisca, ma un paio di occhiate storte da parte dei giocatori ci fanno capire che è una festa privata, quindi giriamo i tacchi e c'inoltriamo verso Largo Terreiro de Jesus. Davanti a noi si apre una bellissima piazza rettangolare, circondata di case dalle facciate variopinte, tinteggiate a colori pastello. Ad un'estremità, la facciata di una cattedrale si erge bianca ed imponente. All'altra, un enorme palco vuoto, sovrastato da un ampio telone cerato arancione.

Sono pochi i visi pallidi che incrociamo con lo sguardo, in mezzo alle decine di carretti strabordanti frutta tropicale e bottiglie di alcool di pessima qualità. Veniamo immediatamente presi d'assalto da donnine ricurve che, con una gestualità molto insistente, ci fasciano il polso con gli immancabili braccialetti del Senhor do Bonfim. A poco servono i nostri ridicoli tentativi di rifiuto. Il Senhor s'incazza di brutto, se rifiuti il nastrino colorato. E s'incazza ancor di più se non elargisci la “mancia” alla braccialettaia. E vabbè, la prima turistata è andata.

Prendiamo una caipirinha ad uno dei carretti, di proprietà di una vecchina sorridente e sdentata. Il mango che andrà ad accompagnare la cachaça nel bicchiere se ne sta là, tranquillo e spaparanzato tra un ananas e una maracuja, quando con abile mossa viene strappato alla quiete dalla vecchia che, con mossa fulminea, lo tagliuzza con un coltello e lo ficca nel frullatore. Ci aggiunge il ghiaccio, l'alcool e dà una frullata blanda. Ci passa i bicchieri. Il gusto è dolcissimo, puro estratto di tropici.

Mentre assaporo il cocktail, inizio a provare la spiacevole sensazione di essere osservato. Buona parte della popolazione della piazza ci guarda fisso, alcuni dissimulando e distogliendo gli occhi per evitare d'incrociarli con i nostri. Altri invece rimanendo irrigiditi con aria di sfida o malcelato disgusto. Con un “Gringos di merda” ben stampato in sovraimpressione, per intendersi.

E' una sensazione forte, quella di essere considerato il diverso, l'estraneo. Qualcosa che tocca dentro e ti fa capire come si sentono i milioni di stranieri che affollano il nostro continente europeo. Non del tutto, ovviamente. Noi siamo dei privilegiati, per gli standard locali, pure col nostro scarsissimo budget economico. Ma il senso di avere tre teste, qualche deformazione fisica, o comunque di non essere come gli altri, quello sì, riesci a percepirlo.

Ci sediamo ad un tavolino della piazza. Da lontano si sentono echi di percussioni tribali. Sempre più vicine. Sempre più vicine. L'eco si trasforma in una cascata sonora, con fischietti ed un vasto assortimento di tamburi dai timbri più disparati, suonati da una processione di bellissime ragazze mulatte che si riversano in piazza come un fiume sonoro. Coloratissime nei loro completini succinti, suonano con un coinvolgimento ed un trasporto emozionante. Vengono seguite da curiosi e turisti, bahiani che ballano al seguito e ragazzini che corrono sgambettando. La gente ai tavoli si gode l'improvvisata della carovana musicale mettendosi a ballare e, per un momento, l'unico catalizzatore di attenzione è questo profondo e totale rapporto con la musica.

La banda compie un mezzo giro della piazza e, così come era arrivata, scompare nella traversa di fronte a quella da cui era entrata.

Allo stesso modo, il momentaneo incantesimo musicale che aveva rapito gli astanti si dilegua. Gli sguardi tornano su di noi, gli ormai unici bianchi a giro. Accendo una sigaretta, guardandomi attorno. “Oh, diamoci una calmata... Cos'è questo disagio?”, penso tra me e me. Magari è solo un'impressione sbagliata.. Sono stanco, d'altra parte. Penso questo, mentre un bambino dall'aria truce si avvicina al nostro tavolo. Mulatto, minuscolo, vestito con un costume da bagno sproporzionato ed una canottiera nera. L'occhio è duro, senza paura. Sicuramente non lo sguardo che ti aspetteresti di vedere su un bambino di meno di dieci anni. «Ehi gringo, una sigaretta».

Ordina quasi, in un portoghese strascicato che capiamo più per il gesto ad indicare il pacchetto che per le parole pronunciate. Mi fissa con aria di sfida. Io rimango un attimo sbigottito, ma poi faccio cenno di no. Gli sorrido, e a gesti cerco di fargli capire che è troppo piccolo.

Per tutta risposta, senza staccare gli occhi dai miei, tira fuori dalla tasca una sigaretta mezza accartocciata e se la mette in bocca. Poi abbassa lo sguardo sull'accendino appoggiato sul mio pacchetto, lo prende e lo guarda meglio. Dopo un attimo si accende la cicca, mi guarda con la solita aria di sfida e se lo infila in tasca. Con tutta la tranquillità del mondo tira una boccata dalla sigaretta e mi punta la mano a pistola, spara, si gira e se ne va. Sto per alzarmi per farmi rendere l'accendino, quando noto che su un muretto poco più in là, due tipi belli piazzati stanno osservando la scena con particolare attenzione. Rinuncio al tentativo di recupero. Probabilmente non erano solo mie impressioni sbagliate.

Il drink è finito. Guardo il mio amico, incredulo quanto me per la scena appena vissuta. Com'è possibile generare uno sguardo del genere in un bambino così piccolo? Cosa avrà potuto vedere per cacciare via così rapidamente l'infanzia dai suoi occhi? Mi viene in mente Cidade de Deus. Non credo che gli autori siano andati così lontano dal descrivere la vera situazione delle favelas. Troppe domande, e troppo poco contatto con il posto per poter analizzare la situazione. Ho ancora un mese a disposizione, e il jet lag da smaltire. Ma alla fine, qualcosa l'ho imparata, oggi: non si capisce davvero il razzismo, finché non lo si prova sulla propria pelle.

Simone Piccinni THREE FACES

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